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In treno per la memoria

Alla fine di gennaio, la Preside ha selezionato una delegazione composta da due professoresse e ventitré studenti che avrebbe partecipato al progetto “In treno per la memoria”, progetto di CGIL, CISL e UIL che porta ogni anno studenti, lavoratori e pensionati in un viaggio attraverso Auschwitz, Birkenau e i luoghi più significativi dell’antisemitismo nazista in Polonia.

Quest’esperienza, oltre al viaggio, prevede che le varie scuole partecipanti portino un loro lavoro su un tema, a loro scelta, collegato all’argomento del viaggio: il nostro era un progetto sull’autocrazia, realizzato a partire dal film del regista Dennis Gansel del 2008 intitolato “L’onda”.

Il 22 marzo, quindi, ci siamo ritrovati alla stazione ferroviaria di Pavia attorno alle 10:00, dovendo arrivare a Milano Centrale alle 12:30 per poi partire alle 13:00 dal binario 21.

Una volta a Milano, abbiamo trovato tutti gli altri partecipanti, divisi per “delegazioni” in base alla loro provincia di provenienza (noi eravamo quindi la delegazione di Pavia).

Poco dopo, però, ci è stato comunicato che c’era stato un guasto al locomotore del nostro treno, che ha causato un ritardo, inizialmente di due ore, poi salito addirittura a cinque.

Pensate che questa notizia ha fatto talmente tanto rumore che, se cercate “Treno della memoria guasto” su Google, trovate anche delle nostre fotografie.

Per impegnare questa lunga attesa, gli organizzatori si sono accordati con il vicino museo del binario 21 e ci hanno invitati a visitarlo.

Qui abbiamo trovato un treno merci, uno di quelli usati per trasportare i prigionieri: il treno aveva alcuni vagoni, molto piccoli e bui, nei quali si faticava a stare in poco meno di dieci insieme. Oltre al treno, un’altra installazione prevedeva delle targhe nel terreno con scritte che indicavano le date e i tragitti dei treni partiti da quel binario, di fronte uno schermo riportava i nomi dei primi deportati.

Quando siamo ritornati dal museo, il treno è arrivato e quindi siamo finalmente potuti salire.

Ci è stato consegnato un cestino a testa contenente la cena, la colazione e anche un tesserino di riconoscimento, che ci sarebbe servito a Cracovia.

Abbiamo quindi affrontato le nostre 22 ore di viaggio, di cui la metà senza energia elettrica e la notte addirittura con l’aria condizionata accesa.

Il pomeriggio del secondo giorno, finalmente, siamo arrivati a Cracovia e siamo immediatamente saliti sul bus che ci ha portato a visitare il quartiere ebraico di Kazimierz e il ghetto ebraico di Podgorze.

Nel primo abbiamo visto le sinagoghe, i bagni rituali e tutti i simboli che indicano la presenza della comunità ebraica (Kazimierz è infatti il primo insediamento ebraico a Cracovia); nel secondo, invece, siamo stati accolti da un tappeto di sedie, una per ogni migliaia di ebrei rastrellati dai nazisti.

La guida ci ha raccontato la storia della farmacia “Sotto l’aquila”, gestita in epoca nazista dall’unico non ebreo del ghetto, che aiutava gli ebrei a sopravvivere fornendo loro medicinali e tranquillanti.

I tranquillanti servivano anche ad addormentare i bambini per poterli portare nel vicino campo di lavoro forzato, senza che i Tedeschi se ne accorgessero.memoria2

La mattina del terzo giorno abbiamo visitato Auschwitz, dove siamo stati accolti dai resti di un vecchio binario, oggi utilizzato come marciapiede.

Una guida del campo ci ha portati attraverso i vari blocchi di Auschwitz, al cui interno c’erano delle immagini agghiaccianti: oltre al tristemente famoso cancello sopra il quale si trova la scritta “Arbeit macht frei” (il lavoro rende liberi), abbiamo visto fotografie di alcuni prigionieri trovati il 27 gennaio 1945, ridotti pelle ed ossa a causa della denutrizione, oggetti requisiti ai prigionieri, tra cui valigie, pettini, stoviglie, scarpe, vestiti, protesi, capelli. Sì, capelli, che poi furono usati per realizzare le uniformi per i generali tedeschi.

A queste immagini si sono aggiunte anche quelle del blocco dedicato agli ebrei, dove c’erano filmati che mostravano la loro vita prima e dopo l’ascesa al potere di Hitler, il libro dei nomi dei deportati uccisi ad Auschwitz (un libro enorme) e l’unica camera a gas rimasta.

Nel pomeriggio la nostra visita è continuata a Birkenau, dove abbiamo visto l’ingresso al campo e il binario presente su tutti i libri di storia, quello dove arrivavano i deportati e dove si decideva chi risparmiare (almeno per il momento) e chi invece uccidere subito, solitamente donne, bambini e invalidi.

Oltre questo, abbiamo visitato il boschetto nel quale venivano portati gli ebrei da uccidere nelle camere a gas (oggi distrutte), quattro forni crematori e, nel prato antistante, le fosse nelle quali venivano bruciati i cadaveri.

All’interno del campo, nella parte finale del complesso, c’era anche un’installazione che riportava le fotografie delle famiglie dei deportati prima della loro cattura: esse rappresentavano scene di vita quotidiana, bambini che giocano, feste di compleanno, matrimoni, cene in famiglia, tutte fotografie di vita quotidiana che però, dato il contesto, hanno fatto un grandissimo effetto.

Alla fine della visita, ci siamo ricongiunti con le altre delegazione per commemorare, con discorsi e un minuto di silenzio, le vittime della Shoah al memoriale di Birkenau.

In serata siamo andati in centro e abbiamo assistito ad un concerto di Davide Van De Sfroos (beh, qualcuno di noi).memoria3

Il quarto giorno presso il centro culturale di Cracovia abbiamo presentato il nostro lavoro.

Ogni scuola ha portato un lavoro diverso dagli altri: una ha portato una canzone originale, molte altre hanno realizzato un video, un’altra ha scritto delle storie e qualcun’altra ha recitato sul palco. La nostra presentazione è stata apprezzata dal pubblico presente, anche se c’è stato un piccolo problema tecnico che ci ha ostacolati nell’esposizione.

In serata abbiamo preso il treno e siamo ripartiti verso l’Italia, dove siamo arrivati nel pomeriggio seguente, il 26 marzo alle ore 15:00.

Questo viaggio è stato molto emozionante ed intenso.

Visitare i campi di Auschwitz e Birkenau ci ha aiutato a capire molto meglio le dimensioni di quello che ci è stato raccontato a scuola: diciamocelo, anche il libro meglio illustrato non è in grado di rendere la brutalità di quanto fatto dai nazisti.

Anche a Milano, al museo del binario 21, ho riflettuto: ad un certo punto sono entrato dentro uno dei vagoni merci posizionati sui binari.

Eravamo dentro in dieci ed eravamo stretti!

Mi è venuto spontaneo chiedermi come potessero starci in cinquanta, come spesso succedeva ai tempi delle deportazioni.

Qual è, in definitiva, il senso di questo viaggio?

Sicuramente prendere maggiore consapevolezza di quanto fatto al popolo ebreo e a tutti i deportati negli anni Quaranta, ma soprattutto fissarlo nella nostra memoria per evitare che possa succedere nuovamente in futuro.

Inoltre, e non meno importante, condividere con le persone provenienti da luoghi diversi (Lecce, Croazia, Sondrio…) e di età diverse (infatti erano presenti anche lavoratori e pensionati) quest’esperienza: ciascuno di noi era parte del gruppo in viaggio, parte di una stessa comunità, unita contro la barbarie della Shoah.

Alessandro Terracciano 5^BI

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